“Nelle giornate di bonaccia nulla sembra increspare la superficie argentata di Winga Reef, poco lontana da Porto Sudan. Ma osservando attentamente si è colpiti da quattro forme scure stranamente immobili che emergono appena a pelo dell’acqua: sono gruette di scialuppe che fanno da sentinella al relitto adagiato su questo fondale. Dal 10 luglio 1940 la motonave Umbria riposa così, riversa sul fianco sinistro, nascosta e lambita dalle onde del Mar Rosso”.
[Andrea Ghisotti]
L’affondamento dell’Umbria ha il sapore tutto particolare di un’avventura in qualche modo eroica e insieme profondamente umana. La sua cronaca si intreccia con quella dell’entrata in guerra dell’Italia. E il sacrificio della motonave ne è, forse, uno dei primi atti. Salpata da Genova con un carico di materiali in gran parte bellici, l’Umbria ha come ultima meta Calcutta. Fermata per un controllo dalla marina inglese, la nave viene affondata per ordine del suo stesso comandante (il triestino Muiesan), che ha appreso via radio da Addis Abeba dell’entrata in guerra dell’Italia e preferisce sacrificare l’Umbria piuttosto che cederla in mano al nemico. Oggi il relitto della motonave è una meta suggestiva per appassionati subacquei.
Ci addentreremo ora in una visita guidata al “gigante affondato“:
Il Wingate Reef, dove giace l’Umbria, con tutto il suo carico di storia, rappresenta una tappa obbligata per i subacquei che si recano nel Mar Rosso sudanese. Il relitto è facilmente individuabile grazie alle gruette delle scialuppe che sporgono dall’acqua, offrendo tra l’altro un comodo ormeggio. La nave è a pelo dal mare e può essere ammirata e in parte esplorata semplicemente con maschera e pinne. Benchè l’acqua non sia sempre limpida, per la natura sabbiosa del fondo e le correnti che trasportano materiale in sospensione, la visibilità è sufficiente per una leggera ricognizione. Per raggiungere le stive e le strutture più profonde sono invece necessarie le bombole.
Iniziamo da poppa il nostro viaggio: subito ci si imbatte nell’enorme timone e nell’elica di dritta, con le quattro pale intatte e aperte come giganteschi petali di un fiore. Quella di sinistra è quasi completamente affondata nella sabbia e se ne ontrvedono solo alcune parti contorte. Il cassero di poppa, con le ringhiere completamente rivestite da agglomerati madreporici, è percorso da un brulichio di pesci stanziali e di passo. Poco oltre si aprono le stive poppiere, dove si trovano le molte bombe inesplose e altro materiale bellico.
Al centro della nave trobeggia il grande cassero, con le gruette delle scialuppe e il ponte di comando, dal quale si può agevolmente accedere alle sale interne. Lunghi, stretti e tenebrosi sono invece i corridoi delle cabine, percorribili solo con molta cautela e l’aiuto di una buona torcia. Ma ne vale la pena, ci troviamo infatti nella parte più affascinante della nave. Lasciandosi scivolare lungo il ponte, fortemente inclinato, quasi verticale, si scende fino al fondo, a 30-35 metri. Qui, la nostra attenzione viene attratta da due scialuppe di salvataggio incredibilmente integre, con tanto di cassa portagiubbetti. Nei pressi, un’enorme manica a vento divelta e appoggiata sulla sabbia, mentre il fumaiolo strappato dalla furia di qualche burrasca invernale, è coricato sulla coperta. Tutt’intorno sono accatastati alla rinfusa cavi, attrezzatura di bordo e infrastrutture di difficile identificazione per le incrostazioni che li unificano in un magico agglomerato di forme.
Il centro nave è un immenso acquario, che una miriade di pesci stanziali ha eletto a propria dimora. Proseguiamo la nostra esplorazione verso prua. Sotto il ponte di comando si apre una stiva, facilmente individuabile per la grande quantità di bottiglie di vino sparpagliate sul fondo. Moltissime sono vuote, ma cercando con cura può capitare di trovarne qualcuna ancora piena di vino rosso ottimo, a detta di chi l’ha assaggiato. Contro la parte sinistra sono ammucchiati i sacchi di cemento destinati a Calcutta, che ormai formano un unico blocco compatto, e un pò ovunque sono disseminate bombe d’aereo, una presenza inquietante e potenzialmente pericolosa.
Verso prua, altre stive conservano materiali più disparati: lampadine elettriche, bottoni automatici, matasse di filo elettric, bottigliette di essenza di bergamotto, barattoli di conserve, spolette di bombe. Nelle due stive prodiere parte del carico è ancora nelle casse di imballaggio. Scoperchiandole si estraggono dalla loro protezione di paglia attrezzi da lavoro e oggetti quotidiani di un tempo ormai lontano. Nell’ultima stiva giacciono quattro grossi pneumatici dalla forma inconsueta. Esaminandoli con attenzione, si può notare una scritta “Cordè per aereo”; probabilmente destinati a qualche apparecchio italiano in Africa orientale.
Terminata l’esplorazione delle stive si attraversa il cassero di prua, con i suoi grossi argani. Finalmente appare in tutta la sua maestà la prua, dritta e stretta, come era d’uso sulle navi dei primi anni del secolo. Le catene delle ancore escono dagli occhi di cubìa e si perdono lontano, là dove sono state calate per l’ultima volta, nel tardo pomeriggio del 9 giugno 1940.